Ho sempre seguito la mia curiosità; ho imparato molto, guadagnato molto, speso molto, e fatto anche molto la fame - tra un lavoro e l'altro. Siccome sono incapace di risparmiare, tra un lavoro e l'altro sono crisi nere.
A.
Ho perso il primo lavoro, nel packaging design, per accettare l'offerta - multimedialità - di un mio insegnante che da un momento all'altro ha liquidato la sua ditta per entrare come dipendente in un TV privata (non trovava più clienti, era scoppiata la bolla TV private).
[pausa fame]
B.
Ho perso il secondo, in uno studio grafico, perché il titolare non avendo più clienti per due mi consigliò l'assunzione presso un suo fornitore, centro di grafica pre-press che s'affacciava alle tecnologie informatiche.
[pausa fame]
C.
Persi questo terzo lavoro perché l'azienda non pagava. Fu anche causa di lavoro - dopo molti mesi con l'acqua alla gola e sfratto esecutivo - chiusa con transazione undici anni dopo la rescissione del rapporto.
[pausa fame]
D.
Accettai di fare una S.a.s., che in buona salute fu inglobata da una S.r.l. che fallì rapidamente: il maggior cliente non pagava, il responsabile non lavorava.
[pausa fame]
E.
Accettai di dirigere un team nell'azienda di nuova costituzione di vecchi, cari amici. Dopo sei mesi senza aver visto uno stipendio dovetti guardarmi attorno con urgenza.
[pausa fame]
F.
Lavorai per una grande azienda, con un incarico che svolsi bene e quindi terminò alla scadenza, non rinnovabile perché nel frattempo era scoppiata la bolla internet e la start-up andava in vendita e si ristrurrurava.
[pausa fame]
G.
Mi rivolsi al settore commerciale. Dopo tre anni a vendere aspirapolvere un collega è promosso per aprire la sua filiale, mi chiede di associarmi - accettai.
H.
Dopo sei mesi, il titolare decide che non fa per lui: torna a fare il venditore dal suo importatore.
Con questo siamo arrivati a Natale. Davanti a me, queste opzioni:
- rilevare a costo zero - ma senza capitali pronti - la concessionaria del mio ex-collega e tentare l'avventura;
- tornare come il collega dall'importatore, e vivere vendendo aspirapolvere, nella nuova sede di Milano;
- oppure rientrare in pausafame, nel tempo che ci metterò a trovare un altro posto.
Ho scelto la terza. Ho fatto male?
PS
Nel frattempo, ho raggiunto nei confronti del lavoro una posizione laica fino all'eccesso: se scelgo (3) cerco un posto che paghi le spese e non mi frega più niente di cosa dovrei fare in cambio. Questo mi avvantaggia. Ma nel frattempo ho anche compiuto 46 anni; questo mi danneggia.
E già che ci siamo - nel frattempo, è successo anche che:
Lo studio di packaging (A) chiuse dopo tre anni, per pensionamento del titolare.
Lo studio di grafica (B) chiuse all'inizio degli anni novanta: il titolare si andò a occupare d'altro, credo.
Il centro pre-press in (C) chiuse, liquidato in proprio dai genitori del titolare per evitare il fallimento, l'anno dopo che liquidò le mie competenze obtorto collo.
La ditta dei miei vecchi amici in (E), non so. Ma l'ultima volta che li vidi, tutti cercavano di vendere ore di insegnamento, alcuni andavano a insegnare fino a Bergamo per venti euro al giorno: non c'erano più clienti.
L'istituto cui vendevano gli insegnamenti sta chiudendo, essendo esaurita la fonte dei finanziamenti europei. Per dire che è una strada chiusa.
Lavorare per la PMI pavese, ecco qua.
A meno di aver fatto e vinto un concorso statale o a meno di aver seguito studi completamente diversi, mi vien da dire che forse è stato tutto lo stesso. Ho creduto di seguire i miei interessi, le mie curiosità. Ma guardandomi indietro direi invece che tutte le mie scelte sono state predeterminate. Ho cambiato molti lavori, ma non mi sono mai licenziato.